lunedì 20 aprile 2009

Terreni coltivati per gli animali

Riporto un testo di un articolo tratto dal "il manifesto", nel quale l'economista Jeremy Rifkin spiega la situazione schizofrenica che si sta per compiere, al riguardo delle terre coltivate per la produzione di mangime per animali.

«Il 40% dei terreni coltivati serve a produrre mangimi per gli animali e non cibo per gli uomini. Siamo circa sei miliardi di persone e arriveremo a essere nove miliardi. La produzione e il consumo di carne potrebbero quindi raddoppiare, e costringerci ad usare l'80% dei campi per nutrire gli animali che devono nutrire i ricchi. Questo è il motivo per cui siamo impantanati nella crisi. 250 milioni di persone rischiano di morire di fame, 850 milioni sono sottonutrite. Eppure, il 40% della terra disponibile viene usato per nutrire gli animali perchè i ricchi dei paesi industrializzati possano mangiare carne. Le politiche agricole adottate a livello globale sono talmente schizofreniche da risultare patologiche. Eppure continuiamo a garantire sussidi per la produzione di mangimi».
tratto da il manifesto.

giovedì 16 aprile 2009

Il PD Campano riconosce l'autonomia dei GD

Estraggo dallo statuto regionale campano del PD

Art. 5
(Organizzazione giovanile)
1. Il Partito Democratico riconosce al proprio interno un’organizzazione giovanile
dotata di un proprio statuto e di propri organismi dirigenti. Essa è il soggetto politico nel
quale si organizzano i giovani del Partito Democratico. Ad essa è riconosciuta
autonoma organizzativa di proposta e di iniziativa politica ed è presente ad ogni livello
di organizzazione del partito.
2. Il Partito Democratico della Campania riconosce l’importanza, la ricchezza e
l’originalità del contributo dei giovani alla vita del partito, promuove attivamente la
formazione politica delle nuove generazioni e favorisce la partecipazione giovanile nella
vita istituzionale della Campania.
3. L’organizzazione giovanile rappresenta un valore aggiunto per tutto il partito
democratico in termini di rinnovamento tematico, organizzativo e generazionale.
Contribuisce al radicamento su tutto il territorio del partito democratico attraverso
l’iniziativa politica, la valorizzazione delle strutture del partito a la loro apertura ai
bisogni delle giovani generazioni. A tal fine è prevista la presenza dei giovani
democratici nelle assemblee convocate in sessione congressuale, nelle assemblee
elettive e nei luoghi di direzione politica, attraverso una propria delegazione. Il
segretario dell’organizzazione giovanile è inoltre membro di diritto dell’esecutivo del
partito al livello corrispondente.
4. Il Partito Democratico della Campania garantisce gli spazi fisici, gli strumenti
materiali e le risorse finanziarie per l’attività dell’organizzazione giovanile; la stessa
può inoltre portare avanti forme di autofinanziamento e dotarsi di un proprio autonomo
bilancio.
5. Possono aderire all’organizzazione giovanile tutte le ragazze ed i ragazzi dai 14 ai 29
anni di età. La carta di cittadinanza nazionale definirà diritti e doveri rispetto al Partito.
6. L’organizzazione giovanile può, a livello regionale e provinciale sperimentare forme
di adesione con progetti unitari, patti federativi e protocolli d’intesa con gruppi,
movimenti e associazioni tramite un proprio regolamento.


da http://www.pdcampania.it/node/456

lunedì 13 aprile 2009

Aiutateci A FERMARE ISRAELE

L'appello dall'Università ebraica di Gerusalemme: anche durante i massacri di Gaza, abbiamo continuato a far finta di niente. Una tregua non basta più: come per il Sudafrica, è necessaria una Commissione per la verità che aiuti ebrei e arabi a vivere assieme. Ma prima il mondo dovrà smettere di venderci armi e, se non rispetteremo i diritti degli arabi, isolare i nostri cantanti, sportivi e turisti

In lingua ebraica «va' a Gaza» è un modo di dire comune, sinonimo di «va' all'inferno».
Quasi nessun israeliano ha mai vissuto nella Striscia, mentre molti palestinesi di Gaza vivono in campi profughi e Israele lì controlla ancora la vita di 1,5 milioni di arabi anche in seguito al «disimpegno», dopo che nell'estate 2005 i coloni furono costretti a lasciare i loro insediamenti. La maggior parte degli israeliani è stata a favore della guerra contro Gaza anche se non è mai stato chiaro quali fossero gli obiettivi della guerra - nonostante i media ripetevano che c'era «una quantità d'obiettivi» - quale il suo scopo finale e perché non fossero state intraprese strade alternative ai bombardamenti. La maggior parte degli israeliani semplicemente sosteneva: «Non possiamo continuare a non fare nulla mentre Hamas tira razzi nel sud d'Israele».
Anch'io ero d'accordo che bisognasse fare qualcosa per fermare il lancio di Qassam contro Sderot e Beersheva. Ma perché, invece di dialogare con la gente di Gaza - inclusa la leadership di Hamas - abbiamo sparato e bombardato? Nelle giornate di protesta contro l'attacco più devastante a cui abbia mai assistito ho continuato a chiedermi: come è possibile? Come è possibile che la maggior parte degli israeliani appoggi questa guerra dannosa e stupida? Come possiamo vivere quest'incubo senza immaginare come fermarlo? Perché i figli dei miei amici stanno partecipando a questa guerra malvagia? Come possiamo continuare normalmente la nostra vita quotidiana in mezzo a tutto questo?
Penso che all'origine di tutto ciò ci sia una combinazione - condivisa dalla maggioranza degli israeliani - di paura, pregiudizio e mancanza di speranze e futuro. A Gerusalemme abbiamo continuato a insegnare, come sempre. Al sicuro, a poche decine di chilometri dall'area di guerra. Insegno diritti umani e i miei studenti sono sia arabi sia ebrei. Israeliani e palestinesi, religiosi e laici, erano tutti depressi, spaventati e arrabbiati. Ma abbiamo continuato a lavorare, come sempre. Ormai siamo così abituati alle guerre che non ci siamo fermati nemmeno in questo caso. Ma ora io vi prego di fermarci.
Nella prima settimana del conflitto avevo pubblicato un intervento sul quotidiano Ha'aretz proponendo uno sciopero dei campus finché la guerra non fosse finita. Ho ricevuto lettere da università della California e della Gran Bretagna che ci proponevano scioperi di solidarietà, ma qui a Gerusalemme soltanto quattro membri dell'Università hanno aderito allo sciopero di un'ora che stavamo organizzando e, alla fine, nemmeno questa protesta ha avuto luogo.
Sono un'ebrea israeliana, nata e cresciuta in Israele. Avevo dieci anni quando scoppiò la Guerra dei sei giorni, 16 quando iniziò il conflitto dello Yom Kippur. Durante la prima guerra del Libano ero una studentessa e ho conosciuto l'uomo che sarebbe diventato mio marito. Mia figlia è nata pochi mesi prima che, nel 1987, scoppiasse la prima Intifada e, nel 1991, ogni volta che l'allarme suonava ci rifugiavamo con lei e il suo fratellino in una tenda di plastica a prova di armi chimiche. I miei figli sono cresciuti a Gerusalemme negli anni degli attentati suicidi e delle esplosioni sugli autobus. Accompagnarli a scuola rappresentava ogni giorno un viaggio spaventoso. Abbiamo continuato la vita di sempre durante la seconda guerra del Libano nel 2006 - mentre decine di operazioni militari causavano enormi distruzioni - perché durante tutti questi anni ci hanno raccontato che non abbiamo scelta, che Israele vuole la pace ma non ha un partner con cui siglarla e che quindi dovevamo andare avanti, tenendo alto il morale.
Ma ora dico che dobbiamo essere fermati, che non possiamo andare più avanti così. Nessun'arma deve più essere data a Israele per iniziare altre guerre. E se i cantanti israeliani vogliono gareggiare in Eurovisione, gli sportivi giocare nelle leghe europee e i turisti spostarsi da un paese all'altro dell'Unione europea senza bisogno di visto, devono rispettare i diritti di tutti, porre fine all'occupazione militare nei confronti dei palestinesi che va avanti da 42 anni, smettere di fare la guerra e trovare nuovi modi di negoziare il nostro futuro assieme ai palestinesi. Perché nei colloqui di pace - tutti falliti finora - si è sempre discusso di dove tracciare i confini, come separare i popoli, mai di come ebrei e arabi vivranno assieme.
La Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana dovrebbe essere assunta come modello per permettere a ebrei e arabi, a palestinesi e israeliani di smettere di sparare e onorare la memoria dei propri cari morti nel conflitto. Piangere i caduti, curare le ferite, ammettere le sofferenze inflitte a un popolo innocente, discutere del passato e sognare assieme un futuro condiviso. Le guerre contro Gaza non saranno fermate finché non sarà riconosciuto che la Striscia di Gaza è stata creata da Israele. Durante il conflitto del 1948, che i palestinesi chiamano Nakba (catastrofe) e gli israeliani Guerra d'indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi furono deportati o scapparono dalle loro case e non fu più permesso loro di farvi rientro. Le loro terre furono confiscate e la maggior parte dei loro villaggi distrutti e ripopolati da ebrei nel momento della nascita dello Stato d'Israele. Molti dei rifugiati scapparono proprio a Gaza e alcuni di loro hanno abitato in campi profughi negli ultimi 60 anni. Per i primi 19 hanno vissuto sotto occupazione egiziana e, da quel momento in poi, per oltre 40 anni, sotto occupazione militare israeliana. I profughi palestinesi, che rappresentano la maggioranza della popolazione di Gaza, sognano di tornare ai loro villaggi e alle loro terre in Israele, ma Israele non vuole nemmeno ascoltare i loro desideri, perché Israele rifiuta qualsiasi discussione sul passato. Un cessate il fuoco è necessario, ma lo è, allo stesso modo, un percorso di discussione sul nostro passato e sul nostro futuro. E questa trattativa dovrebbe aver luogo tra il maggior numero di parti possibile tra quelle che hanno dato vita a questo conflitto.
Dovremmo discutere della fine dell'occupazione militare a Gaza e in Cisgiordania, del futuro dei profughi e della condivisione di Gerusalemme. Dovremmo discutere di come vivere assieme secondo giustizia, ebrei e arabi, in Medio Oriente. Spero che non sia ormai troppo tardi. Forse ci vorranno molti anni prima che le ferite si rimarginino ma, col vostro aiuto, col vostro rifiuto di appoggiare la guerra, possiamo trovare la via della riconciliazione. Spero di poter continuare a insegnare a studenti ebrei e arabi che quella dei diritti umani non è una lingua straniera, estranea alla nostra realtà e che il loro sarà un futuro di pace e non più di guerre. Per favore, aiutateci a fermare la guerra e costruire la strada per un futuro di giustizia.

*Daphna Golan insegna diritti umani all'Università ebraica di Gerusalemme ed è autrice di «Next year in Jerusalem-Everyday life in a divided city» (New press)

da www.ilmanifesto.it

lunedì 6 aprile 2009

Un piccolo aiuto per l'Abruzzo

Il PD della provincia di Avellino potrebbe devolvere i soldi raccolti nelle primarie per aiutare gli abruzzesi.
Credo che sarebbe un bellissimo gesto, anche se di poco conto rispetto all'enorme disastro che si è verificato in Abruzzo.

venerdì 3 aprile 2009

Petizione per la Scuola Pubblica

Perchè firmare la petizione


Perchè vogliamo:

- una scuola pubblica, di qualità, più autonoma e radicata nel territorio
- una scuola che valorizzi il merito e non lasci indietro nessuno, capace di educare al rispetto e alla responsabilità e di rendere effettivo il diritto all’istruzione, costituzionalmente garantito per tutti e per ciascuno.
- una scuola più sicura e qualificata per allievi, insegnanti, dirigenti e personale ATA, con adeguate risorse finanziarie e di personale, con la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e con interventi per la sicurezza, la funzionalità e il decoro delle strutture scolastiche.

da http://www.partitodemocratico.it/petizionescuola/


Piccolo incipit:

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"